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La sicurezza degli edifici, tema dimenticato

La sicurezza degli edifici, tema dimenticato
Usciamo da un’aspra campagna elettorale. Quasi tutte le allettanti promesse preelettorali (si pensi all’abolizione della legge Fornero, che renderebbe felici decine di migliaia di Italiani con almeno quaranta anni di lavoro alle spalle) sembrano essere state confermate durante il dibattito sulla fiducia al Governo retto da un accordo tra Salvini e Di Maio.

Si promettono, inoltre, più posti di lavoro, meno tasse, migliore giustizia e maggiore sicurezza nel nostro territorio. Tutte cose buone e giuste, ma nessuno si è ricordato dei disastri naturali che, oltre a causare un elevato numero di vittime, stanno distruggendo il nostro Paese, la nostra storia, la nostra cultura (che potrebbe essere un’enorme fonte di ricchezza).

Abbiamo assistito recentemente a uno degli sciami sismici tra i più importanti della nostra storia, che ha interessato l’Italia centrale. Dopo le prime scosse del 24 agosto 2016, che hanno causato circa 300 vittime e danneggiato seriamente gran parte dei comuni ai confini tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria, le altre scosse del 26 ottobre 2016 e poi “the big one” del 30 ottobre 2016 (magnitudo 6.5) hanno duramente colpito i centri storici, lasciando soltanto macerie. La fortuna ha voluto (si fa per dire) che l’evento del 30 ottobre non fosse stato il primo della serie, trovando istituzioni e popolazione preparate e, soprattutto, gran parte delle case evacuate, così che i rovinosi crolli non hanno potuto causare altre vittime. Ben peggiore sarebbe stato il bilancio dei morti se lo sciame sismico avesse avuto inizio con una scossa di magnitudo pari a quella del 30 ottobre. Infine, non va dimenticato il terremoto che ha chirurgicamente colpito Casamicciola il 21 agosto 2017.

Come abbiamo ripetuto più volte anche su queste pagine, gli edifici in Italia non crollano soltanto a causa dei terremoti. I gravi episodi nella Capitale, si pensi ai crolli avvenuti nell’area di Ponte Milvio e sul lungotevere Flaminio, ma anche in altre parti del paese come a Torre Annunziata nel luglio 2017, sono soltanto gli esempi recenti più clamorosi.

Sembrerebbe ovvio aspettarsi dal nuovo governo un impegno serio sul fronte sicurezza delle nostre strutture. D’altra parte, la ricostruzione nell’Italia centrale, che va a sovrapporsi alle ricostruzioni già in atto e non ancora completate, come quella in Emilia a seguito del sisma del 2012, in Abruzzo a seguito del sisma del 2009 e quelle riguardanti le altre calamità naturali dell’ultimo decennio (a dire il vero, anche le ricostruzioni a seguito di eventi ben meno recenti non sono state ancora completate), dovrà essere affrontata con un importante impegno finanziario, che garantisca non soltanto la casa a chi non l’ha più, ma anche la ripresa economica delle zone colpite, i cui abitanti dovranno saper trasformare la disgrazia in un’occasione per voltare pagina.

Sappiamo che sono cose facili a dirsi ma non a realizzarsi. Proprio per questo è necessario un impegno serio e duraturo da parte di una classe politica preparata e consapevole della gravità della situazione e dei mezzi necessari per affrontarla nel migliore dei modi, che non pensi soltanto alle prossime elezioni ma che agisca nell’interesse del Paese e delle future generazioni. Non ci aspettiamo miracoli ma almeno un segnale, ossia uno sforzo serio che dimostri la chiara volontà di cambiare rotta rispetto al passato.

Che cosa vuol dire cambiare rotta? Vuol dire smetterla di rincorrere gli eventi catastrofici, intervenendo soltanto dopo che sono già avvenuti, ma avviare un serio programma di prevenzione. Dobbiamo finalmente arrivare prima degli eventi catastrofici, che sappiamo che avverranno ancora sul nostro territorio.

Il punto di partenza non è incoraggiante: anche questo lo abbiamo ripetuto più volte. Abbiamo un patrimonio edilizio vecchio, in alcuni casi fatiscente, in gran parte costruito senza tener conto delle azioni sismiche e non conservato con la dovuta manutenzione.

A volte si tratta di costruzioni storiche e artistiche, soggette a vincoli di conservazione che ne rendono difficile, se non impossibile, l’adeguamento alle nuove norme. Il buon senso imporrebbe di cercare un giusto equilibrio tra conservazione e sicurezza. Appare ovvio, però, che strutture per le quali non è possibile raggiungere un opportuno grado di sicurezza, non dovrebbero essere utilizzate come edifici strategici o di particolare rilevanza, in particolare come scuole o ospedali.

In altri casi abbiamo edifici non di valore storico, per i quali non ha senso investire un solo euro: andrebbe evitato l’inutile accanimento terapeutico per tener i piedi strutture che non potranno mai garantire nemmeno la salvaguardia della vita, spesso poco funzionali alle moderne esigenze e dispendiose anche dal punto di vista energetico. Andrebbero demolite e ricostruite con moderni sistemi antisismici e con le più avanzate tecnologie nel campo dell’efficienza energetica.


Come avviare un processo di questa portata? Per intervenire bisogna innanzitutto conoscere. Il primo passo, indispensabile e propedeutico ai successivi, è la costruzione dell’anagrafe del costruito, una sorta di archivio delle cartelle cliniche di tutte le costruzioni. Di ogni edificio deve essere ricostruita la storia, partendo dal progetto laddove reperibile (per le costruzioni degli ultimi cinquanta anni dovrebbe essere sempre così), eseguendo prove sperimentali su struttura e materiali se necessario e, infine, valutando la capacità delle strutture a fronte delle azioni gravitazionali, sismiche e di altra natura. Il risultato finale dovrebbe essere l’attribuzione a ciascun edificio di una classe di sicurezza, come già previsto dalle linee-guida concernenti il cosiddetto sisma bonus e che, come per la classe energetica, dovrebbe influire sul valore di mercato.


Queste operazioni dovrebbero essere favorite con incentivi fiscali, anche fino al 100 per cento. Sarebbe un utilissimo investimento per la comunità. Ne trarrebbero benefici molte categorie e si rilancerebbe l’edilizia, che nel futuro dovrà fare affidamento sulla manutenzione e su demolizione e ricostruzione dell’esistente, piuttosto che su nuove espansioni urbane.


Un utile strumento di prevenzione sarebbe l’assicurazione obbligatoria a fronte degli eventi naturali (proposta da ENEA e FEDERPROPRIETÀ). Questa, infatti, obbligherebbe proprietari e compagnie di assicurazione a valutare e garantire la sicurezza degli edifici. Una parte del premio potrebbe alimentare un fondo per il miglioramento strutturale degli edifici. Si tratta di operazioni che richiedono alcuni anni per arrivare a risultati tangibili. Certo è che, se queste operazioni non si avviano, non si arriverà mai a risultati validi. 

In campagna elettorale e durante il dibattito per la formazione del governo non abbiamo sentito parlare granché della sicurezza delle costruzioni (a dire il vero se ne è parlato nel convegno “La politica dell’abitazione”, organizzato da FEDERPROPRIETÀ, CONFAPPI e UPPI, a Roma il 15 Febbraio u.s., ma probabilmente pochi se lo sono ricordato). Speriamo che se ne parlerà nei prossimi mesi e non a seguito di nuovi eventi catastrofici e, soprattutto, speriamo che si prenderanno utili iniziative per un futuro in sicurezza.

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