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La sicurezza “fai da te” può costare molto cara

La sicurezza “fai da te”  può costare molto cara
L’affido di lavori in quota, senza le protezioni di legge, a un operaio non sufficientemente qualificato si è trasformato in tragedia, con un morto e una condanna per omicidio colposo.

Può succedere di scegliere un’impresa per la manutenzione delle parti comuni dello stabile soltanto perché offre il prezzo più basso, così prescindendo dalla serietà e dalla professionalità del soggetto incaricato, e disinteressandosi delle garanzie che offre in materia di sicurezza.

Si rischia, però, di “pagare cara” tale opzione, sicuramente vantaggiosa sul versante economico, rimpiangendo di non aver preferito spendere di più in quell’occasione, e la fattispecie, decisa di recente da Cass. pen., sez. IV, 21 settembre 2017, n. 43452, ne rappresenta un’indiretta conferma.

Nello specifico, è stato un amministratore di condominio a farne le spese atteso che egli, sia pure con la “complicità” di un condomino, ma agendo con estrema (e imperdonabile) leggerezza, è stato ritenuto responsabile del reato di omicidio colposo.

Il processo penale giungeva in sede di legittimità, perché la Corte d’Appello – in riforma della sentenza emessa dal G.U.P. del Tribunale all'esito del giudizio abbreviato condizionato, che aveva assolto lo stesso amministratore dal reato di cui sopra – aveva ribaltato il verdetto di prime cure, dichiarando quest’ultimo responsabile del fatto-reato e, per l’effetto, condannandolo al risarcimento dei danni in favore delle parti civili.

In particolare, all'imputato («quale amministratore di condominio e committente dei lavori»), e al suddetto condomino («quale procacciatore del lavoro e di materiale e fornitore delle attrezzature utilizzate»), si addebitava di avere cagionato la morte di uno sfortunato operaio, deceduto precipitando al suolo dal terrazzo del fabbricato, a causa del mancato allestimento di opere provvisionali per la prevenzione della caduta dall'alto e per il mancato impiego di cintura di sicurezza con apposita fune di trattenuta.

I profili di colpa segnatamente contestati nel capo di accusa attenevano, quanto all’amministratore, all’omessa verifica dell'idoneità tecnico-professionale del suddetto operaio in relazione ai lavori commissionati ed affidati a quest’ultimo nonché all’omessa predisposizione in fase di progettazione di un documento di valutazione dei rischi indicante le misure adottate per eliminarli (artt. 90, commi 1 e 9, lett. a, e 26, comma 3, del d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81); e, riguardo al coimputato, nella qualità di procacciatore e, quindi, di datore di lavoro, all'avere omesso di fornire al lavoratore attrezzature idonee a garantire ed a mantenere condizioni di lavoro sicure ed a prevenire il rischio di cadute dall'alto (art. 111 del citato d.Igs. n. 81/2008).

Essendo pacifico che l’operaio era deceduto a seguito della caduta dall'altezza di circa 10 metri da un lastrico solare condominiale mentre stava eseguendo lavori di manutenzione ordinaria con una smerigliatrice, la struttura argomentativa della sentenza di primo grado era essenzialmente incentrata sulla ritenuta insufficienza delle prove in ordine all'affidamento dell'incarico di pulire il terrazzo da parte degli imputati.

Di contro, il ribaltamento della sentenza assolutoria – appellata dalle parti civili – derivava dal riconoscimento, per opera della Corte territoriale, in capo all'amministratore di condominio della “posizione di garanzia” derivante dall'essere lo stesso committente dei lavori per avere affidato gli stessi all'infortunato.

Deponevano soprattutto in tal senso le dichiarazioni testimoniali: a) del coimputato, condomino ma anche dipendente di altra ditta operante nel settore edile, che aveva dichiarato di avere svolto il ruolo d’intermediario con l'amministratore condominiale; b) del titolare di altra ditta, che aveva riferito di essersi recato nell'ufficio dell’amministratore, il quale aveva proposto l'importo di € 1.500,00 per l'esecuzione dei lavori; c) di altro condomino, il quale aveva evidenziato che, «per l'armonia esistente tra i condomini» (sic!), in genere non venivano convocate assemblee per deliberare riguardo ai lavori di ordinaria amministrazione.

Per concludere – ad avviso dei giudici di appello – era risultato che l’amministratore condominiale, evidentemente per ottenere «l'esecuzione dell'opera a un basso costo», aveva affidato i lavori di cui sopra all’operaio poi infortunatosi.

Risultando pacifico che quest’ultimo aveva perso la vita a seguito di una caduta dal terrazzo, ove stava eseguendo lavori di manutenzione ordinaria, si è accertato che l'evento era stato causalmente riconducibile all'incarico svolto in un sito collocato ad una certa altezza dal suolo e, quindi, in condizioni di obiettivo pericolo per l'incolumità del lavoratore, non essendo peraltro emerso in alcun modo che causa della caduta fosse stata una condotta “abnorme” del lavoratore infortunato, suscettibile, come tale, di interrompere il nesso eziologico.

Tanto più in questo caso doveva essere rilevante l'obbligo dell’amministratore condominiale di verificare, in via preventiva antinfortunistica, le modalità e i mezzi di lavoro, in quanto l'incarico era stato affidato informalmente a un operaio in stato di disoccupazione, e non a un'impresa regolarmente iscritta nel registro della Camera di commercio.

Pertanto, incombeva sull’imputato l'obbligo di cui all'art. 90, comma 9, lett. a), del d.lgs. n. 81/2008, e, al contempo, sempre quale datore di lavoro committente incombeva anche, ai sensi dell'art. 26, comma 3, dello stesso decreto legislativo l'obbligo di elaborare in fase di progettazione un documento per la valutazione dei rischi indicanti le misure adottate per eliminarli.

In materia di infortuni sul lavoro, in caso di lavori svolti in esecuzione di un contratto di appalto o di prestazione di opera, si è affermato che il committente, anche quando non si ingerisce nell'esecuzione, rimane comunque obbligato a verificare l'idoneità tecnico-professionale dell'impresa e dei lavoratori autonomi scelti in relazione ai lavori affidati (v., per tutte, Cass. pen., sez. IV, 15 luglio 2014, n. 44131).

Tale conclusione risulta, però, attenuata da una precedente pronuncia (v. Cass. pen., sez. IV, 30 gennaio 2012, n. 3563), secondo cui, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il dovere di sicurezza, riguardo ai lavori svolti in esecuzione di un contratto di appalto, è riferibile, oltre che al datore di lavoro – di regola l'appaltatore, destinatario delle disposizioni antinfortunistiche – anche al committente; tale principio non può, però, applicarsi automaticamente, non potendo esigersi dal committente un controllo pressante, continuo e capillare sull'organizzazione e sull'andamento dei lavori, sicché, ai fini della configurazione della responsabilità del committente, occorre verificare in concreto quale sia stata l'incidenza della sua condotta nell'eziologia dell'evento, a fronte delle capacità organizzative della ditta scelta per l'esecuzione dei lavori, considerando la specificità degli interventi da eseguire, i criteri seguiti dallo stesso committente per la scelta dell'appaltatore, la sua ingerenza nell'esecuzione dei lavori oggetto di appalto, nonché l’agevole e immediata percepibilità da parte del committente di situazioni di pericolo.

Ciò trova indiretta conferma nel successivo arresto (v. Cass. pen., sez. III, 15 ottobre 2013, n. 42347), secondo cui l’amministratore, che stipuli un contratto di affidamento in appalto di lavori da eseguirsi nell'interesse del condominio, può assumere, ove la delibera assembleare gli riconosca “autonomia di azione e concreti poteri decisionali”, la posizione di committente, come tale tenuto all'osservanza degli obblighi di verifica dell’idoneità tecnico professionale dell’impresa appaltatrice, di informazione sui rischi specifici esistenti nell'ambiente di lavoro nonché di cooperazione e coordinamento nell’attuazione delle misure di prevenzione e protezione.

Resta fermo che è titolare di una “posizione di garanzia” nei confronti del lavoratore il proprietario (committente) che affida lavori edili in economia a un lavoratore autonomo di non verificata professionalità, e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta, pur a fronte di lavorazioni in quota superiore a 2 metri (v. Cass. pen., sez. IV, 1 dicembre 2010, n. 42465).

In quest’ordine di concetti, il supremo collegio penale ha evidenziato che la Corte territoriale aveva correttamente ritenuto – fornendo al riguardo adeguata motivazione – che l’amministratore: a) aveva dato in effetti incarico alla vittima di svolgere lavori condominiali, b) non aveva verificato in alcun modo la formazione, le competenze e l'idoneità tecnico-professionale dell'operaio, e c) non aveva adottato, nonostante si trattasse di lavori sostanzialmente in quota, nessun tipo di precauzione, stante che la morte doveva rinvenirsi nella precipitazione dall'alto (10 metri) del lavoratore, che stava svolgendo lavori nell'interesse del condominio senza alcuna cautela antinfortunistica.

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